Le parole sono importanti. Denotano, ma connotano anche. Danno una atmosfera, non sono comparti stagni. In un discorso debordano, scivolano l’una nell’altra, uniscono la loro carica creando significato e predisposizione. Se io dico “Termovalorizzatore” al posto di “Inceneritore“, la parola ha un “accento” positivo, che evoca un “valore aggiunto“, ricavato dall’immondizia… insomma la trasformazione meccanica della mondezza in calore per riscaldare le nostre case! Nessun accenno al nero e cupo fumo dell’inceneritore, alla sua nuvola di polveri sottili che si depositano per sempre nei polmoni. Due semplici parole “evocano” scenari ed immagini diverse. Ci dicono contemporaneamente anche come la pensa l’interlocutore. Diciamo la sua ideologia, la sua visione del mondo o comunque di una parte di esso.
Ecco perchè penso che le parole siano fondamentali nel dibattito pubblico. Non si equivalgono e non si esauriscono nello scambio circolare dei sinonimi e dei contrari.
Ecco perchè mi indigna (si volglio usare anche io questa parola da quando un novantenne francese ex partigiano ci ha ricordato che possiamo farlo, anzi dobbiamo*) mi indigna sentire in continuazione e come una litania parole quali: titoli tossici, bolla immobiliare, contagio dei mercati riferito all’ultima grande crisi economica.
Volontario o no (alla fine la necessità di comunicare rapidamente sul sistema dei media spinge in un certo senso alla accettazione e all’uso di “termini” sedimentati) “medicalizzare” i complicati prodotti finanziari e la finanziarizzazione delle economie mi sembra una forzatura ideologica. E’ sottile, porta alla quiescenza questo uso smodato di termini appartenenti alla medicina. E’ una tendenza generale a cui dobbiamo resistere.
Una malattia, un “contagio” virale è una calamità, una faccenda da contrastare, ma pur sempre una faccenda esterna al corpo contagiato. Insomma una intrusione malvagia di qualche diabolica fatalità!
E’ dell’ordine della disgrazia, di qualcosa che “capita”, e nella fretta di contrastarla (almeno a parole) vengono prese decisioni impopolari: l’”emergenza” è un’altra delle parole magiche della retorica contemporanea assieme a “sicurezza”. Non esiste campagna elettorale che non usi nel suo programma questa parola. Hanno raggiunto una dimensione estetica, mitica, o forse anestetica a guardar bene. In campo medico dicevamo…
Siamo nell’ordine del:”Ok, ormai è successo, siamo in piena crisi economica, sappiamo che la colpa è delle banche, del credito facile, dei consumatori compulsivi, delle agenzie di rating che mettono il bollino verde ai titoli che oggi loro stessi definiscono ‘spazzatura’ (altra metafora per depistare), degli speculatori ma ora siamo in emergenza e dovete rimboccarvi le maniche e mandare giù il rospo.”
ma chi sono poi questeagenzie di rating? Passate oggi in rassegna in tutti i discorsi pubblici, anche nei bar? Fino a ieri credo che il 99% della popolazione occidentale non ne avesse conoscenza…
Eppure decidono sulle nostre vite, più o meno direttamente: decidono se il tuo debito è buono o cattivo, se i tuoi titoli fruttano o no, se sei affidabile o no. Possono gettare nel “panico” (ecco ci sono cascato anche io, ho usato una emozione animale per definire i freddi mercati) le economie mondiali declassando il debito americano. Eppure sono istituti privati: mi domando è possibile dare tutto questo potere ad una agenzia privata? Nel neoliberismo evidentemente si.
E’ ovvio che in questa faccenda siamo coinvolti tutti a vari livelli e in ordini di grandezza diversi. Il credito facile per consumi che “cominci a pagare tra sei mesi” sembra appassionare molti.
Parlare però degli speculatori spietati (un’orda anonima apolide ma di cui anche noi potremmo far parte), dei mercati aggressivi in termini medici è un tentativo di umanizzare un Sistema. O forse anche più in là… di naturalizzarlo. E’ l’eccesso della cultura e delle logiche di dominio. C’è una spinta uguale e contraria per cui contemporaneamente si disumanizzano i rapporti di dipendenza economici transnazionali (gli anonimi speculatori) e si naturalizzano le conseguenze dei modelli matematici (i famosi derivati) sotto forma di “contagio“.
Come ci ricorda Beppe Grillo, l’ovvio è scontato; ed è per questo che va destrutturato.
*Stéphane Hessel, Indignatevi, ADD Editore, 2011